Puntata 2 (ottobre 2025). La mappa che non conoscevo
Per tre settimane ho volato in un campo dietro casa senza porsi domande, con la sensazione vagamente colpevole di chi non sa se sta facendo qualcosa di male. Poi, l'11 ottobre, un signore che portava a spasso il cane mi ha chiesto se avevo controllato la mappa. Gli ho risposto di sì. Era la prima bugia di questo diario.
Non è "l'app del meteo con i divieti"
Quella sera ho aperto per la prima volta la mappa delle zone geografiche UAS pubblicata su d-flight, che è la fonte da consultare in Italia. Mi aspettavo un elenco di divieti. È invece una cosa più sottile: la maggior parte delle aree non è vietata, è limitata in quota. Il colore non dice sì o no, dice quanto in alto puoi salire.
| Colore | Quota massima consentita |
|---|---|
| Bianco | 120 metri dal terreno |
| Blu | 60 metri |
| Giallo | 45 metri |
| Arancione | 25 metri |
| Rosso | volo vietato in categoria Open |
Il campo dietro casa è bianco. Bene. Ma il parco dove avevo intenzione di andare la domenica successiva, a quattrocento metri in linea d'aria, è giallo: 45 metri. Non lo avrei mai immaginato guardandolo dal marciapiede, perché niente in quel parco suggerisce l'esistenza di un limite. Le zone non hanno cartelli.
Da lì ho passato una serata a spostare il dito sullo schermo per capire come funzionavano i bordi, e ho scoperto che la logica non è "vicino agli aeroporti c'è il rosso e basta". Ci sono aree di sicurezza aeroportuale, zone dello spazio aereo nazionale, parchi e aree di protezione della fauna, restrizioni temporanee. Chi ha già capito il meccanismo può saltare la mia serata e leggere direttamente come si leggono i colori della mappa, che mette in fila le tipologie in un ordine che ha molto più senso del mio dito sullo schermo.
I 45 metri che mi hanno insegnato una cosa
Il 12 ottobre sono andato al parco giallo e ho volato a 45 metri, che nella mia testa era una limitazione fastidiosa. Nella pratica ho scoperto due cose.
La prima è che 45 metri, per il tipo di riprese che facevo, sono più che sufficienti: quasi tutte le inquadrature interessanti stanno sotto i 50. Salire serve quasi sempre a compensare una composizione debole.
La seconda è che il limite di quota si misura dal punto più vicino della superficie, non dal punto di decollo. Sembra un dettaglio da azzeccagarbugli finché non voli lungo un pendio: se decolli in fondo alla salita e prosegui verso l'alto, il terreno ti viene incontro e la tua quota reale cambia mentre tu non tocchi lo stick. Con un drone che segna una sola cifra a schermo, questo è esattamente il tipo di errore che non ti accorgi di fare.
A questo si aggiunge la regola che vale ovunque e che ho tenuto per ultima perché è la più facile da tradire: il VLOS, cioè il contatto visivo diretto e continuo con il drone. Senza binocolo, senza "lo vedo sullo schermo". Alla prima uscita in cui il drone era a duecento metri, ho capito che il puntino nel cielo e la certezza di sapere dove è puntato il muso sono due cose diverse.
Per orientarsi tra i tipi di luogo - città, campagna, spiagge, montagna, aree protette - mi è servita una mappa ragionata di dove si può volare, perché il ragionamento cambia parecchio a seconda di dove sei, e la mappa colorata da sola non lo spiega.
Il vero problema non era la mappa
Nella stessa settimana ho fatto la seconda scoperta di ottobre, meno normativa e più umiliante: non sapevo pilotare.
Mi ero convinto del contrario perché il drone sta fermo da solo. Ma il momento in cui il muso è rivolto verso di te e i comandi laterali si invertono rispetto alla percezione è un muro contro cui ho sbattuto per settimane, correggendo sempre dalla parte sbagliata. Ho perso un'elica contro un paletto e ho capito che stavo saltando un pezzo.
Così ho smesso di "andare a fare video" e ho cominciato a fare sessioni con un obiettivo dichiarato, venti minuti alla volta:
- hovering fermo a due metri per un minuto pieno, senza correzioni visibili;
- traslazioni sui quattro lati con il muso sempre in avanti;
- rotazioni di 90 gradi con una pausa stabile a ogni step;
- e poi, solo dopo, il muso verso di me.
Non me le sono inventate: sono la spina dorsale di un programma di esercizi progressivo che ho seguito quasi alla lettera per un mese. La differenza tra il mio volo di inizio ottobre e quello di fine ottobre è tutta lì, e non è passata dall'attrezzatura.
Cosa mi porto da ottobre
Due frasi che mi sono scritto sul quaderno. Il colore non è un divieto, è una quota. E: la mappa dice dove puoi volare, non se sei capace di farlo lì.
A novembre ho deciso di prendere l'attestato. Non perché fossi obbligato - con un drone sotto i 250 grammi non lo ero - ma perché mi ero stancato di scoprire le cose dal signore con il cane.
Due domande che mi sono fatto
Dove si controlla se una zona è vietata ai droni?
La mappa di riferimento in Italia è quella delle zone geografiche UAS pubblicata sul portale d-flight, che ENAC indica come fonte da consultare. Alle restrizioni pubblicate lì si sommano le ordinanze comunali e le disposizioni di pubblica sicurezza, che sulla mappa non compaiono.
Cosa significa una zona gialla sulla mappa?
Nella codifica usata per la categoria Open il colore indica la quota massima consentita: bianco 120 metri, blu 60, giallo 45, arancione 25, rosso volo vietato. In una zona gialla si può volare, ma non oltre 45 metri dal terreno.